Se c’ha guadagnato allora è complice e l’ha voluto lei.

Probabilmente non solo non fregherà a nessuno della mia opinione, sicuramente non cambierà neanche nulla. Ma a tal proposito, sulla faccenda Weinstein, mi sento di voler esprimere la mia opinione.

Harvey Weinstein, 65 anni, produttore, cofondatore della Miramax e della Weinstein Company insieme al fratello Bob, è nel panorama del cinema mondiale considerato uno dei big. Un pezzo grosso, uno di quelli che, se gli stai simpatico poi arrivi ovunque. Se non gli stai simpatico “grazie e arrivederci!”.
I suoi film hanno ottenuto qualcosa come trecento nomination agli Oscar, circa sessanta di quelle pellicole l’hanno pure vinto! Ha lavorato con importantissime star di successo e dopo trent’anni di carriera, il New York Times pubblica le relative accuse mosse nei confronti del produttore: egli avrebbe infatti molestato decine di donne del mondo dello spettacolo, attrici, modelle, dipendenti e chi più ne ha, più ne metta.

Nella rosa delle abusate, campeggiano alcuni nomi che al pubblico cinematografico mondiale sono ben noti: Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie, Cara Delevigne e Asia Argento. Ognuna di loro, vent’anni dopo dall’accaduto, racconta la loro storia da vittima, fornendo dettagli sulle molestie. Ciò che appare evidente come il minimo fattore comune di tutti quanti gli abusi è la paura di perdere un sogno nel cassetto, una parte importante in un film.
Il personaggio più attaccato della vicenda è la figlia del Re dell’horror: la Argento. Non stiamo mica parlando, quindi, di una ragazzetta che non sa come sfondare nel mondo dello spettacolo ed è disposta a tutto pur di far parte di quel misterioso mondo, fatto di apparenze, che è il cinema.
Asia Argento viene obbligata a dover subire sesso orale: non è stata legata, non è stata presa a schiaffi e legata ad una sedia o minacciata ma, Harvey, dopo esser uscito dalla doccia le ha chiesto di aprire le gambe e lei le ha aperte. E non solo: poi ha continuato ad incontrare il produttore in svariate occasioni, cene, voli intercontinentali da lei prenotati, mica da Weinstein!
Tornata a casa da Cannes racconta il fatto ad un’amica, facendosi promettere che non avrebbe riportato la notizia a nessuno e dice che un qualsiasi tipo di denuncia sarebbe caduta tanto l’uomo era potente, tanto questo era inattaccabile. “Quel ciccione schifoso è così potente che la passerebbe liscia. A Monica Levinsky credono solo perché ha tenuto via il vestito. Perderei la stima di Abel. Non ci posso nemmeno pensare!”

Qui, la domanda, per molti sorge spontanea: era consenziente?

Il mondo dello spettacolo, che si parli di film, che si parli di libri, che si parli di talk show, è un bel grandissimo mondo di merda: le luci accese sui red carpet e i sorrisi smaglianti delle attrici in passerella altro non sono che un modo per camuffare e nascondere quella parte tagliata fuori. È così che funziona il cinema, no? Nel momento in cui, in un film, si decide di mostrare qualcosa, la scelta taglia necessariamente fuori qualcos’altro. E così è poi, a sua volta, tutto ciò che viene saggiamente esibito della vita delle persone che fanno parte di questo mondo e tutto ciò che viene nascosto.

Su internet le accuse son pesanti: “Che fa una? Si sveglia vent’anni dopo e denuncia di esser stata molestata? Dopo che c’è stata? Ma che molestia è?”.
Io credo che bisognerebbe tener la bocca chiusa quando ci si esprime su qualcosa che non abbiamo vissuto. Per fortuna.

Prendete voi, ora, una ragazza di vent’anni che sogna di fare l’attrice, anzi che già magari l’attrice la fa, che c’ha il padre che è il più grande regista di horror, il capofila, il maestro, il precursore, quello a cui tutti si sono ispirati poi.
Ora mettete davanti a questa ragazza i suoi sogni. Pensate a quel sogno per cui sareste disposti a tutto pur di raggiungerlo. Non a quella maglietta che avete sempre desiderato e non siete mai riusciti a comprarvi. Pensate a quel sogno che avrebbe cambiato o cambierebbe la vostra vita. Pensate di trovarvi ora in questa situazione: il vostro sogno si è quasi realizzato e, ad un tratto, una vostra decisione – se decisione si può chiamare – può far crollare tutto ciò che, duramente avete quasi raggiunto. La scelta è vostra e da quella, come per ogni altra, ne deriveranno conseguenze.
Tutti pronti ad alzare la mano, a puntare il dito, a dire “io non l’avrei mai fatto!”.

La gente racconta che “di Weinstein si sapeva che avesse queste abitudini”. La gente racconta che ha sempre saputo e non ha mai detto nulla.
E un bel giorno, arriva una ragazzetta, di vent’anni, obbligata, manipolata, soggiogata e costretta a commettere qualcosa contro se stessa, anche solo per voler vedere comparire il proprio nome sulla locandina di un film e dovrebbe forse cambiare il mondo? Tutti lo sanno, nessuno dice niente e Asia Argento avrebbe dovuto denunciare il fatto e magari la sua opinione risultare pure significativa, davanti ad un mondo che ha sempre saputo e ha sempre fatto finta di niente!

Dovremmo smetterla di fomentare questa cultura masochista. La stilista di Weinstein ha addirittura dichiarato che una donna se ci sta lo capisci subito, da come è vestita, da come si comporta e atteggia.
Ma le ragioni di uno stupro non andrebbero forse cercate nella vittima, anziché nel molestatore.

Che importanza ha com’era vestita lei? Se aveva dato segni di poterci stare. Se aveva bevuto un po’ troppo.
In Italia e solo qui, ci piace che le vittime lo siano totalmente, che siano morte magari, altrimenti non suscitano la nostra compassione. Altrimenti non sono vittime. Altrimenti vanno indagati i motivi. Tutto diventa gossip, qualcosa di cui parlare con gli amici al tavolino di un bar.
Un po’ come è successo per Valentina Pitzalis, la ragazza sarda che riuscì a sopravvivere e ad ammazzare il fidanzato che cercò di darle fuoco, oppure per Tiziana Cantone, che “il video l’ha fatto e si sa che al giorno d’oggi questi video possono finire in rete!”.
Ed è proprio questo che porta le vittime a denunciare vent’anni dopo, quando ormai si sentono al sicuro, quando hanno raggiunto ciò che volevano e sono sicure di non poterlo più perdere: cercare le ragioni dello stupro nella vittima e non nello stupratore.
Perché, a noi, se la vittima sopravvive, se riesce a crearsi un futuro, a trasformare quell’esperienza schifosa in una occasione di riscatto allora non c’è nulla da fare: se c’ha guadagnato, allora è complice e l’ha voluto lei.
Le è piaciuto e voleva scoparsi un vecchio lurido porco grasso che, in cambio di molestie sessuali, prometteva grande notorietà a ragazzette di vent’anni.

Il web rifletta.
Nel frattempo, i miei complimenti.

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