Ascoltate, raccontate, imparate, amate.

Scriverò un libro, presto, magari lo farò, in cui racconterò delle persone che si incontrano per strada e che ci sediamo ad ascoltare aspettando l’autobus. 
Ieri, tornando a casa dal Roma Pride, ho conosciuto Francesco mentre cercava di rubare il cellulare ad una ragazzina che stava accanto a me e che se n’è accorta.
Francesco ha ventuno anni, la madre è libanese e il papà marocchino. La madre vive con lui e gli altri sui cinque fratelli, lui è il quarto di sei figli, il papà è in giro per l’Italia “ma a lui non gliene frega nulla di noi”.

Francesco è stato in carcere per spaccio, quando aveva diciassette anni e «Ora sai dove sto andando? A vendere la coca!». Francesco mi ha chiesto di ammettere che fosse un bel ragazzo, “anzi, a dirla tutta bellissimo, dai, ammettilo”. 

Abbiamo fatto il percorso sul tram insieme, ho provato a dirgli che una vita così, in cui si scappa, continuamente, da tutti e da tutto, è una vita da schifo. Gli ho detto di darsi una sistemata e di portare in giro curriculum, di imparare a far la pizza, o la Carbonara, o qualsiasi cosa non riguardi fare il cattivo. Gli ho detto che la gente fa schifo, che in Italia è pieno di razzisti, ma che per ogni razzista c’è uno come me, che sta dalla loro parte. Gli ho detto di non rubare più agli altri, che ognuno vive le proprie battaglie e che se a me avesse rubato il cellulare, forse, avrei perso un po’ della mia fiducia nei suoi e nei loro confronti. 

Francesco ogni tanto esce, ma quando esce sta nelle piazze a vendere, non vede amici, non fa attività ricreative, «Sai quanto c’ho nello zaino? Trecento euro e sette cellulari, ma altrimenti a la mamma mi’ e fratellini miei chi ci pensa?».

Ho detto a Francesco che gli voglio bene e che, visto che è così bello, potrebbe anche fare il modello, o qualsiasi cosa, ché essere così belli e nascondersi per tutta la vita non va bene.

Francesco mi ha abbracciato, mi ha ringraziato, mi ha detto che la sua vita a ventuno anni è spacciata, ma mi ha detto che ci penserà, che ci proverà. E che mi vuole bene, solo per aver fatto del becero moralismo, io che non ho mai avuto bisogno di rubare per far star bene mamma, che di sorella ne ho una sola e studia fuori, come me.

Ora non so se Francesco smetterà di rubare, non so se inizierà a far vita migliore, però almeno, Francesco, sa che qualcuno gli vuole bene, che a qualcuno importa di lui: mi ha abbracciato, ringraziato e poi ha continuato a guardarmi finché non è sceso dal tram. 

Impariamo a non giudicare, a sederci ed ascoltare le persone, a conoscere i loro problemi, i loro cuori, le loro storie, ad incrociarle. Siamo tutti amici, dobbiamo esserlo, oggi più che mai.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. mariapiamonda ha detto:

    Che bello questo post!
    Credo che le storie più belle siano quelle che viviamo e ascoltiamo, quando ci fermiamo e guardiamo negli occhi qualcuno.
    Quanto ti è capitato con Francesco, mi è successo un po’ di tempo fa. Lui si chiamava Emerson. E dovunque sia adesso, spero sia felice.
    Ciao!

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    1. aldostefanomarino ha detto:

      Grazie Maria Pia, lo spero anche io 🙂

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